Broken Age


Non c’è introduzione agli strani mondi abitati dai due protagonisti di Broken Age, e neppure serve. Le storie parallele di Shay e Vella, lontane (e nemmeno sappiamo quanto) eppure così simili, si fanno scoprire senza anticipare nulla. Il gusto della scoperta, così importante per un’avventura grafica, è sin da subito distillato nel migliore dei modi, lasciando al giocatore tutto lo spazio, e il tempo, necessari ad assaporare ogni dialogo, ogni fondale. Così, scopriamo che la rassicurante astronave in cui Shay vive, tappezzata di giocattoli e ravvivata da finte missioni di soccorso sempre uguali, è in realtà una prigione, nemmeno troppo dorata. Allo stesso modo, quello che per Vella sembra un grande giorno di festa, si rivela in realtà una triste corsa al sacrificio, nel nome del bene della comunità, e dell’ipocrisia.  Ancora non sappiamo se queste due storie mai si incroceranno davvero, concretamente, ma poco importa, perché una relazione tra esse esiste sin dai primi istanti. Dall’una all’altra si può passare in qualunque momento e senza soluzione di continuità, mettendo “in pausa” una storia, magari nel caso in cui la soluzione ad un enigma non si affacci immediatamente, e procedendo con l’altra, a mente più fresca e aperta. E, come vale per ogni avventura grafica “classica”, proprio di ostacoli è fatto il percorso del giocatore, che si troverà a gestire un piccolo inventario, combinando tra loro gli oggetti e utilizzandoli in relazione allo scenario, nel tentativo di raggiungere un preciso scopo. Il game design di Broken Age non riesce nemmeno per un istante a nascondere l’infinita esperienza, e gli straordinari talenti creativi, di chi vi ha messo mano. Double Fine, nata dalle ceneri di LucasArts, riversa in questa avventura grafica tutte le qualità che, sin troppo a lungo, ha tenuto nascoste chissà dove, e il risultato è sorprendente.

Il modo in cui la soluzione ai vari enigmi è suggerita non è mai banale, si tratti di un ammiccamento verbale o di un elemento di design, le ambientazioni sono ricche di dettagli nascosti, da dissotterrare per puro piacere personale, i dialoghi ben scritti. Non si lascia troppo spazio all’umorismo, né al nonsense, eppure un sorriso, qui e là non manca, seppure nel contesto di (e in leggero contrasto con) un’atmosfera, in qualche modo, sempre vagamente malinconica. Già queste parole possono bastare a suggerire il fatto che Broken Age vive d’alchimie, non solo nei temi trattati, ma anche cromatiche e sonore. Qualcuno potrebbe rimanere sorpreso dalla facilità con cui quest’avventura grafica si fa giocare. Rimanere bloccati da un ostacolo, soprattutto per chi ha dimestichezza con il genere, è quasi impossibile. Del resto, gli enigmi cervellotici non hanno mai fatto parte della tradizione di Tim Schafer, e Broken Age sposa senza remore questa logica, lasciando che il giocatore proceda, magari un po’ a tentoni, ma senza stop degni di nota. E tali pause nemmeno ci starebbero bene, nella delicata messinscena, che proprio nel suo farsi giocare con relativa leggerezza trova la migliore espressione del genere d’appartenenza. Tra colori pastello, tratti che sembrano disegnati a mano e ambientazioni a metà tra l’etereo e il fanciullesco, lo stile colpisce sin da subito, in quanto unico nel suo genere.

A tratti minimalista, come nel caso delle animazioni, eppure studiato a fondo in ogni minimo dettaglio. Si fa strada nella memoria sensoriale del giocatore al punto da risultare, già dopo pochi minuti, parte di un’esperienza più ampia, ancestrale. Lo stesso può dirsi della colonna sonora, che sembra scaturire direttamente dalle immagini, naturalmente, senza tramite, come se fossero gli stessi scenari, in qualche modo, ad emettere suoni. Tecnicamente, Broken Age rappresenta un traguardo straordinario, ancora una volta frutto di grandi esperienze, e talenti unici nel loro genere.

Voto: 9

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