Dying Light

Lo zombie game del team polacco è la cosa più bella che sia successa al genere dall’uscita di State of Decay; è un open world che abilmente schiva le trappole della ripetitività facendo leva proprio sull’importanza del parkour urbano, è un titolo denso, ansiogeno e teso come ogni survival dovrebbe essere, crudo e credibile. Sorpresa di inizio 2015, è da considerarsi a pieno titolo un manuale di istruzioni per disinnescare la dolorosa inconsistenza del free-roaming. Il pilastro attorno a cui si avviluppa l’ecosistema ludico di Dying Light è la meravigliosa città di Harran, metropoli mediorientale devastata da un’epidemia che ha trasformato gli abitanti in spietati “mangiacarne”. Un ceppo mutato della rabbia, sembrerebbe, forse addirittura curabile ma per il momento tenuto sotto stretta osservazione dagli organi internazionali, che dopo aver isolato la città si limitano molto timidamente a sganciare dosi di Antizin, un ritardante che tiene a bada i sintomi dei pochi sopravvissuti. Il contesto costruito da Techland per il suo secondo progetto a tema zombie è di quelli che conquistano fin da subito. Dalla sua non ha soltanto un discreto background narrativo, in cui affiora persino qualche elemento di originalità, ma un’atmosfera incredibilmente riuscita. Gli scorci della città devastata, due mesi dopo lo scoppio dell’epidemia, hanno un loro fascino distorto e conturbante. Harran è una bolgia di infetti in cui si riscoprono le scelleratezze dell’urbanizzazione incontrollata, un labirinto marcito di insediamenti arroccati sulle pendenze rocciose delle colline, giusto a fianco del centro città dove svettano le smisurate carcasse dei grattacieli. Nelle stazioni abbandonate i treni rugginosi si seccano come lombrichi al sole, e le macerie dei cavalcavia spaccati intasano le strade traboccanti di auto abbandonate. In Dying Light il dorsale destro permette di saltare, aggrapparsi alle sporgenze e poi issarsi a fatica: è il pulsante attorno a cui si sviluppa tutto il set di animazioni legato al parkour, e quindi all’interazione con l’ambiente di gioco. Ci sembra, questa, un’indicazione abbastanza importante per capire come “catalogare” il titolo Techland, più volte additato a sproposito come un “FPS”: come se l’inquadratura in prima persona andasse ormai a braccetto solo con gli shooter. La verità è che Dying Light è in tutto e per tutto un action game, che integra elementi da gioco di ruolo ed un sistema di crafting con un’anima survival, ma che ribadisce in ogni momento la priorità dell’azione. Per attraversare le strade di Harran, traboccanti di zombie anche nelle assolate ore della giornata, bisogna giocoforza sfruttare le doti atletiche del protagonista: saltare di auto in auto, agguantare all’ultimo i cornicioni delle case e poi salire sui tetti, e cercare allora di restare in alto per evitare i rischi. Gli zombie sono aggressivi e resistenti, e pure con le armi di fortuna recuperate in giro o costruite sul momento non è facile avere la meglio di folti gruppi di mangiacarne. Il combattimento, poi, resta dall’inizio alla fine un po’ legnoso, anche quando si sbloccano le abilità avanzate che ci permettono di stordire i non-morti o scaraventarli contro trappole acuminate. E’ sempre meglio astenersi dalla schermaglia a viso aperto, scappare, schizzare da un rifugio all’altro cercando di individuare la strada migliore: balzando da un furgone al traliccio che oltrepassa le rotaie si evita di entrare in contatto con gli zombie, ma non è detto che allenando la nostra agilità non si possa persino scavalcare i mangiacarne o saltargli sulla testa. La prima parte dell’avventura è sicuramente quella più entusiasmante: qui si avverte pure l’urgenza di frugare in giro, tra i cassonetti e negli armadi delle case, per recuperare materiali con cui costruire improvvisate armi da lancio o riparare rubi e mazze. E l’apparizione di uno zombie più animoso e recalcitrante degli altri, vista la difficoltà punitiva del titolo, basta a destabilizzarci. In queste prime ore di gioco tutti gli elementi della formula di Techland trovano una perfetta collocazione nell’impasto, e Dying Light propone momenti quasi perfetti: attimi in cui oltre ad essere “survival” finisce pure per essere “horror”, nel corso delle fughe disperate dai Notturni.

Voto: 9

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