Just Cause 3


Scagliati con poco preavviso nei cieli di Medici, terra natale di Rico, scopriamo che il suo compito è quello di destituire il sanguinario Generale di Ravello, facendogli perdere presa sul territorio. Gli incontri con l’amico d’infanzia Mario Frigo, con il viscido trafficante Sheldon e la brillante ma tormentata scienziata Demah saranno alla base di una sceneggiatura troppo sconclusionata per funzionare. La vis comica che dovrebbe in qualche modo giustificare la produzione anima in realtà siparietti prevedibili e poco divertenti, mentre gli eventi che ci portano alla scoperta del dispotico carattere di Di Ravello e delle sue riserve di Bavarium (un metallo dalle proprietà letteralmente esplosive) faticano a risultare interessanti. A seconda che si tratti di insediamenti militari o civili gli obiettivi da far saltare in aria potrebbero cambiare, ma il succo resta sempre quello: per “liberare” cittadelle e basi armate bisogna radere tutto al suolo. È così che il fantasma della noia comincia ad infestare le partite, stuzzicato anche dall’inesistente difficoltà dell’avventura: nel caso in cui Rico muoia in azione, del resto, si riparte senza nessuna conseguenza, ma anzi trovando già distrutti gli elementi che abbiamo fatto detonare prima della dipartita. Basta armarsi di pazienza, insomma, e tutti gli avamposti cadranno senza fatica. Tutto da buttare? Non proprio: grazie a sequenze shooter molto dirette e frenetiche, ad un gunplay che mette in secondo piano la mira di precisione per puntare sulla rapidità delle sparatorie, e infine a questa constante voglia di esagerare, Just Cause 3 potrebbe regalare discrete soddisfazioni a chi cerca un action poco serio e poco pretenzioso. Il numero quasi soverchiante di esplosioni, la possibilità di usare il rampino per connettere oggetti e nemici con esiti a volte spassosi, e più in generale la tracotanza del protagonista potrebbero addirittura avere un che di liberatorio, per chi vuole sedersi davanti allo schermo e spegnere il cervello. L’elemento più riuscito della produzione resta in ogni caso il sistema di movimento, “brevettato” già ai tempi del secondo capitolo ma qui reso molto più dinamico grazie all’inserimento della tuta alare. In pratica Rico può usare il suo rampino per trascinarsi da una parte all’altra dello scenario, riavvolgendo rapidamente il cavo per ottenere una brusca accelerata. Aprendo all’improvviso il parapendio riuscirà a sollevarsi in aria di parecchi metri, inquadrando le cittadine e gli obiettivi dall’alto. Alla pressione di un tasto il paracadute lascerà il posto alla tuta alare, con cui sfrecciare rasoterra e grazie alla quale saettare fra canyon e colline. Dopo aver preso la mano con il sistema di controllo, l’uso della dotazione di Rico ci regalerà grandi soddisfazioni e momenti letteralmente mozzafiato. Lanciarsi dalla vetta di un monte oppure dalle vertiginose altezze raggiunte in elicottero, e scivolare verso l’obiettivo con una grazie innaturale, muovendosi come sostenuti dal vento, è una delle attività più spettacolari e piacevoli di Just Cause 3. Spostandosi in questo modo tra le isole di Medici, tra l’altro, inizieremo a percepire la vastità incredibile della mappa di gioco. Just Cause 3 è un free-roaming veramente immenso, ed il senso di scala restituito mentre facciamo scendere lentamente il nostro elicottero, salutando la fitta coltre di nuvole per atterrare in strada, è capace di regalare più di un’emozione a chi subisce il fascino delle dimensioni fuori misura. Non sarà “denso” come la Los Santos di GTA V, traboccante di dettagli, edifici e altrettanto eterogeneo, ma il mondo di gioco di Just Cause 3 è un bel posto in cui perdersi per ore.

Da un certo punto di vista tutto questo lavoro sull’estensione della mappa sembra però uno spreco: concentrandosi su un level design più attento agli elementi “microscopici” il team avrebbe potuto vivacizzare la progressione, diversificare le missioni principali e quelle casuali, o per lo meno rendere meno monocorde l’esplorazione. Le sfide, di fatto, rappresentano un sorta di campagna parallela e indipendente rispetto a quella principale, ma soffrono a causa degli stessi problemi. Nonostante si trovino gare molto ben strutturate e gli eventi di volo con la tuta alare siano sempre intriganti, sulla lunga distanza anche le attività “secondarie” cominciano a scricchiolare. Just Cause 3 è un pantagruelico festino esplosivo, un free-roaming chiassoso e starnazzante, erede degli open-world sboccati ed eccessivi come Saints Row e Mercenaries. Ereditando filosofia e impostazione dal precedente capitolo, Avalance Studios allestisce un banchetto perfetto per saziare chi cerca un divertimento rumoroso e poco impegnato. Purtroppo il valore quantitativo è l’unico che tiene, sulla lunga distanza: l’operazione di liberazione delle province è infatti troppo monotona per soddisfare appieno, la trama principale appare incoerente e poco comprensibile, e le prove d’abilità rappresentano un guizzo piacevole ma altrettanto effimero. A Just Cause 3 restano comunque le dimensioni eccessive, e l’effetto-meraviglia che si prova sorvolando l’arcipelago di Medici sta lì a dimostrare che in fondo, qualcosa contano anche quelle. Come conta, del resto, il senso di libertà che si prova utilizzando rampino, parapendio e tuta alare, schizzando da una parte all’altra della mappa accompagnati da un costante e pervasivo senso di vertigine. Sono proprio questi elementi, e la varietà leggermente più marcata di attività secondarie, che posizionano Just Cause 3 un gradino sopra all’altra produzione del team, quel Mad Max al contempo vuoto e magnetico. Ricordatevi comunque che, nell’optare per l’una o per l’altra proposta, conta anche il fascino che l’ambientazione esercita su di voi: Medici è un arcipelago solare e la rivoluzione di Rico è in qualche modo accesa, fragorosa e assordante. È del resto è questo il tono che permea anche il gameplay. 

Voto: 7.5

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