Lobster


Nel mondo di “The Lobster” non si può rimanere single per più di 45 giorni, pena essere trasformati in animali. Quando viene chiesto a Colin Farrell che animale vorrebbe diventare se dovesse subire la trasformazione prevista dalla legge, lui risponde “L’aragosta”. “Bene – gli viene risposto – di norma tutti pensano ai cani, ed è per questo che ce ne sono così tanti. Pochi pensano agli animali esotici, ed è per questo che rischiano l’estinzione”. L’oggetto dell’indagine di Lanthimos è la relazione di coppia. Siate certi che ogni minuto di pellicola porta uno spiazzamento e/o un momento di bellezza e/o un punto di vista imprevisto e/o una risata. Due componenti caratterizzano questo film molto particolare: uno dal lato formale: l’uso spregiudicato della voce over, che dice il banale, copre l’essenziale, anticipa gli eventi, li segue, vi si sovrappone e la sceneggiatura. Nel mondo di “The Lobster”, e spesso nel nostro, non ci sono sfumature, ombre o complicazioni ammesse: sei eterosessuale o omosessuale, solo o in coppia, un aspetto ben preciso ti identifica, uno altrettanto preciso ti lega o ti isola. Se la questione ontologica tra continuo e discreto è vecchia come il mondo, è anche vero che in una società commerciale e normativa come la nostra definire bene le categorie è assolutamente necessario, ed è qui che Lanthimos colpisce. Ed è per questo che non si può ben classificare il film. La risata continua non è separata dalla riflessione caustica che non si può scindere dalla bellezza formale che è legata alla violenza che a tratti, inevitabilmente, squarcia la quiete immobile del trascorrere delle 45 giornate.

Isolando analiticamente ma artificialmente l’aspetto umoristico, “The Lobster” è un film spassoso, in cui, i comportamenti umani vengono mostrati talmente nudi, la loro profonda assenza di senso così evidente, che non hai altra alternativa che riderne. Come nota tecnica è impressionante la gestione delle star hollywoodiane nel film. Il glamour di Rachel Weisz e Léa Seydoux si pone sullo stesso piano di due stupende vecchie conoscenze di Lanthimos: Angeliki Papoulia (“Dogtooth”) e Ariane Labed (“Attenberg”, in cui Lanthimos recitava). E Farrell, da sempre sottovalutato, trova un ruolo da ricordare. La colonna sonora va da un pezzo di violini di Beethoven ripetuto in maniera ossessiva a Nick Cave, passando per la musica elettronica che, vedrete perchè, è ascoltata dai protagonisti ma non da noi. Infine la fotografia. Thimios Bakatakis è un maestro, e già lo sapevamo, ma la sorpresa è l’abilità con cui riesce a passare dalle figure dal nitore iperrealista delineato dal sole greco a questo universo di hotel felpati e boschi muschiati. Per la composizione delle immagini e delle luci “The Lobster” è un film che varrebbe la pena di guardare anche senza sonoro.

Voto: 8

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