Ori and the Blind Forest

Ori narra, con delicatezza inaspettata, di un bosco smisurato che ha perso la sua luce, solcato da una creatura cupa e vendicativa. Lo fa coi misteriosi fonemi di una voce che echeggia antica quanto il tempo, e senza la paura di mostrare fin dal primo istante il volto terribile della morte, l’intimità del sacrificio personale, l’idea della vita che combatte per la sua continuità. Ori and The Blind Forest accumula elementi e tematiche sicuramente già viste nell’animazione disneyana, o magari in quella di Studio Ghibli, evitando però scivoloni gratuiti, di quelli che alimentano il déjà vu, o le forzature, e risultando a conti fatti un accorato mix di suggestioni con una carattere molto personale.Carattere che si svela soprattutto grazie all’impeccabile lavoro dei grafici: anche al netto di qualche piccola stortura strutturale che racconteremo tra poco, l’aspetto più pieno, riuscito e vibrante del titolo firmato Moon Studio è quello artistico. I risultati sul fronte visivo sono più simili a un film d’animazione che a quelli di un videogioco: lo scintillante protagonista si muove infatti in scenari straripanti di dettagli, che travolgono il giocatore con un fascino ora delicato, ora violento. La foresta un tempo rigogliosa si è trasformata in un intrico di rovi fluorescenti, di bozzi e ragnatele, ai margini del quale si estendono paludi fumanti e grotte in cui scorrono fiumi contaminati. In lontananza si erge la cima di un vulcano che ancora emana un alito di cenere, e templi eterei gelati da un vento instancabile. Un immaginario declinato in maniera impeccabile, classico solo a tratti: spesso è la sua dimensione umbratile, cupa, ritorta, che invece emerge di prepotenza “cozzando” con le animazioni aggraziate di un protagonista luminoso. E sono proprio le scintille che questo scontro produce, lampi colorati fatti di mille particelle di luce, che brillano nel buio della foresta di Ori, trovando un punto d’incontro tra illustrazione, effetti speciali e animazione. Il tutto sfocia in un 2D esemplare ed espressivo, a sprazzi migliore di quello già clamoroso degli ultimi Rayman. Splendide pure le suggestioni sonore: anche quando decidono di trottare all’impazzata, sottolineando la fuga disperata del protagonista e le sequenze più animate, le sonorità di Ori and The Blind Forest restano delicate, fatte di note tremule e leggere, in un gocciare quasi sintetico e distante perfetto per creare la giusta atmosfera. Ori and the Blind Forest è un esponente del filone metroidvania, con una fortissima connotazione da platform puro. In questa sua voglia di far coesistere una struttura che prevede un po’ di backtracking, uno sviluppo del protagonista che gradualmente acquisisce nuove abilità, ma anche un amore rigoroso e intransigente per le meccaniche di salto, si scorge quasi la voglia di superare alcune limitazioni del genere stesso, che solo raramente ha puntato sulla complessità delle fasi platform. In Ori, invece, queste rappresentano il cuore pulsante del gameplay, visto che l’incontro con i nemici – o meglio le scaramucce che ne susseguono – restano abbastanza limitate, un po’ confusionarie e mai troppo elaborate. L’alternanza di attacchi diretti e colpi caricati sfocia spesso e volentieri in scontri semplicistici: neppure in quelle che il gioco cerca di classificare come “boss fight” c’è tutto ciò che serve, ed anzi la sovrabbondante dose di esplosioni, particelle e lampi luminosi rende l’approccio a queste sequenze un po’ caotico e casuale. Nelle otto ore necessarie a completare l’avventura, in ogni caso, spunteranno anche piacevoli enigmi ambientali e qualche sequenza diversa dal solito.
Voto: 9

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