Pecore in Erba

Roma,2006. L’attivista antisemita, fumettista e romanziere Leonardo Zuliani è scomparso nel nulla da sei mesi e mentre nel natio quartiere di Trastevere la popolazione è in lutto, una Piazza del popolo gremita ne invoca a gran voce il ritorno. Sì, perché il ragazzo, da sempre attivo nella lotta alla rivendicazione della libertà di ostracizzazione, di ostentato razzismo verso gli ebrei, manca ora un po’ a tutti. Manca perfino a quegli stessi ebrei che il ragazzo ha per anni perseguitato e rinnegato, e che hanno ora perso il loro oppressore preferito, esistenza in grado di rafforzare con la sua determinata opposizione un inaspettato senso di unitarietà nella comunità giudaica. In suo ricordo, il canale notizie ha preparato un servizio commemorativo in cui si ripercorrono le tappe salienti dell’esistenza disordinata e incisiva di Zuliani, mettendo in evidenza genesi ed evoluzione di quel ‘disturbo’ percettivo che ha portato il ragazzo a maturare negli anni una vera e propria fobia nei confronti degli ebrei, tutti. Una vocazione che ha poi indotto lo stesso Zuliani a legare con altri e sostenitori della sua ‘ideologia’, insipidi bulletti dell’ultima ora pronti all’occorrenza a trasformare “Morte agli ebrei” in “Torte agli ebrei”. Uno slancio razzista assai creativo, consacrato dal successo del fumetto Bloody Mario (opera di bullismo estremo ai danni di un suo compagno delle elementari), o dall’invenzione di striscioni da stadio privi di senso (come “Pecore in erba”) poi invece riassemblati in terribili offese. A ricordare il suo lato pazzo e artistoide tante voci di parenti, amici e personaggi pubblici che hanno avuto in qualche modo il ‘privilegio’ di imbattersi e riflettere sul personaggio Zuliani, nonché sulle sue opere (fumettistiche e letterarie in primis). Da Freccero ad Augias, passando per Magalli, Sgarbi e Fazio, ma anche per la sua insegnante delle elementari (Lorenza Indovina), tutti i volti più noti del mondo mediatico e della tv così come i suoi conoscenti più ‘intimi’, si avvicenderanno per sottolineare il ruolo fondamentale di questo giovane, divenuto simbolo di una vera e propria rivoluzione culturale che vorrebbe ogni razzismo libero di esistere, manifestarsi e (finanche) proliferare. Al suo debutto registico il giovane Alberto Caviglia (classe 1984) sfrutta lo strumento del mockumentary cinematografico per rendere omaggio al quartiere trasteverino di Roma e riflettere sui razzismi attraverso il folle paradosso del loro auspicabile sdoganamento.

Presentato nella sezione Orizzonti allo scorso Festival di Venezia, Pecore in erba è un affresco assai originale (soprattutto per il nostro panorama italiano) di una società sempre più annichilita dalla paura del diverso, dell’altro, incapace di accettare forme e modi diversi dello stare al mondo. Il disturbo di Zuliani (ottimamente interpretato da Davide Giordano nella versione adulta) diventa così lo spunto per riflettere sui limiti di una percezione stereotipata, e sempre troppo pregiudiziale del mondo che ci circonda. Scritto e inscritto tutto nel paradosso di un razzismo sdoganato e necessariamente da accettare, il film di Caviglia sperimenta veri e propri momenti di follia narrativa, adoperando al meglio gli eccessi di un linguaggio satirico che ‘strumentalizza’ l’ebraismo e le sue forme per creare una esilarante carrellata di spunti, idee e intuizioni che muovono nella direzione di un suo ideale screditamento, e caldeggiando invece di contro il fervore razzista incarnato dal protagonista. E da questa mente perversa nasceranno veri e propri capolavori creativi segregazionisti, così come anche le più che bizzarre creazioni di alcuni titoli cinematografici antisemiti: Forni felici, L’usuraio licantropo, e In fretta e Führer. Eppure, sedute psichiatriche, terapie mediche più o meno ortodosse, tentativi di socializzazione estrema, nulla di una lunga serie di pratiche aiuterà Zuliani a curare o moderare la propria ossessione razzista.
Pecore in Erba Alberto Caviglia debutta alla regia con un’opera originale, acuta, e di un’ironia irriverente che sfrutta il paradosso di un antisemitismo da sdoganare per riflettere sulle intolleranze e quelle fobie – così attuali – verso l’altro. Attraverso un protagonista che diventa paladino del diritto d’intolleranza, Caviglia muove dunque la sua critica a una società che sembra sempre più deforme, menomata, capace di seguire qualsiasi ondata modaiola o di ribellione che sia, senza davvero mai riflettere su cosa e contro chi si sta lottando o con cosa e con chi ci si sta coalizzando. Una storia irriverente di ribellione, scritta e diretta con interessante acume satirico da quest’esordiente romano che potrebbe riservarci in futuro delle altre gradite sorprese.
Voto: 8.5

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>