Homefront The Revolution


Homefront: The Revolution racconta di un futuro distopico che affonda le radici in un passato fittizio in cui la Corea del Nord, già negli anni ’70, si prospettava essere la superpotenza di riferimento per gli Stati Uniti, al punto da instaurare nel corso degli anni un rapporto di forte dipendenza legato al portentoso progresso tecnologico. Gli americani acquistavano dalla multinazionale Apex qualunque cosa, e quando l’azienda asiatica cominciò a produrre anche le armi, il popolo a stelle e strisce non seppe resistere nemmeno a quelle. Mentre i conflitti in Medioriente infuriavano e l’America si trovava sull’orlo della sconfitta e di una crisi senza precedenti, pur di non arrendersi aumentò la spesa per l’acquisto degli armamenti. Nel 2025 il dollaro crolla e il debito con la Corea si impenna ulteriormente; il popolo è ridotto in povertà e l’intero Paese è ormai in ginocchio. Col governo americano in bancarotta e le armi rese inutilizzabili da uno speciale sistema di sicurezza installato negli equipaggiamenti venduti, la Corea del Nord occupa gli Stati Uniti con la promessa di un aiuto umanitario, ma è solo una scusa per dare inizio a un nuovo clima di terrore. Privata della propria libertà e indipendenza, l’America è sotto il controllo dell’EPC, ma attraverso un ritrovato moto d’orgoglio che sa di ribellione, voi giocatori e i cittadini rimasti sarete chiamati a essere l’ultima vera speranza per la rivoluzione e la rinascita di una nuova America. La premessa narrativa di Homefront: The Revolution è l’aspetto della produzione che più convince. A essa sono legate una conduzione di gioco a metà tra sparatutto in prima persona e stealth, la buona struttura delle missioni primarie e secondarie, e un’ambientazione – Filadelfia – ben adattata al contesto. La città è suddivisa in quartieri simili a ghetti che rendono perfettamente l’idea di oppressione, con abusi di potere dei militari per le strade, sommovimenti interni e una rivoluzione intestina in procinto di sbocciare.  In questo contesto futuristico dove alta tecnologia, soldati e droni tengono in pugno gli Stati Uniti, dovrete partire dal basso e istigare il popolo alla rivolta, agendo con gruppi organizzati – e non solo – per conquistare aree sempre più grandi e tentare di ribaltare la situazione.  Considerando la superiorità tecnologica dell’equipaggiamento bellico dei coreani, dovrete utilizzare armi meno efficaci ma in grado di essere modificate artigianalmente, dispositivi di fortuna e altri più particolari. In questo senso, è encomiabile l’idea della customizzazione parziale delle armi, attraverso la quale è possibile tramutare un fucile a pompa in una sorta di lanciagranate, o una semplice pistola in una mitraglietta, il tutto in tempo reale e senza passare dai menù. Si tratta di una meccanica di gioco che funziona alla grande e consente di gestire le diverse situazioni con approcci spesso differenti, ma bisogna prima guadagnare denaro extra e soddisfare alcuni requisiti per poter disporre delle parti più utili e potenti. Oltre alle armi è possibile sbloccare dei dispositivi speciali utilizzabili in modo creativo, come una macchina telecomandata carica di esplosivo, ordigni con attivazione remota e tutto ciò che serve per rimanere a distanza di sicurezza senza entrare nel raggio visivo delle pattuglie. Tramite il reperimento di diversi materiali è inoltre possibile fabbricare delle semplici molotov o costruire nuovi oggetti tecnologici per creare diversivi, a dimostrazione di una varietà d’approccio piuttosto evidente.

Le meccaniche stealth, tuttavia, funzionano a metà, sia a causa della densità mal gestita dei soldati, sia perché armati di tutto punto è possibile avere molte più chance di sfondare le difese nemiche, soprattutto per via d un’intelligenza artificiale facilmente eludibile e non implementata alla perfezione. La difficoltà, oltretutto, è mal calcolata e ci sono alcune missioni di sbarramento un po’ frustranti, complici anche le magagne tecniche che accentuano non poco le normali difficoltà. A tal proposito, va segnalata la poca precisione dei conflitti a fuoco, che soffrono in particolare dalla lunga distanza. La reattività dei movimenti è generalmente bassa, le sparatorie sono approssimative e l’azione su schermo è rallentata da enormi problemi tecnici legati al frame rate: allo stato attuale, Homefront: The Revolution non riesce nemmeno a mantenere 18 fps fissi con la risoluzione in full HD, anche se il vostro PC supera  agevolmente i requisiti consigliati. Per riuscire a giocare in modo ragionevole – e con ragionevole intendiamo lambendo quantomeno il tetto dei 30 frame al secondo – siamo stati costretti a scegliere una risoluzione di 720p. Considerando che nel genere degli sparatutto in prima persona si tratta di valori non di certo trascurabili, si capisce come l’esperienza di gioco sia totalmente rovinata da un comparto tecnico arretrato e da un’ottimizzazione che fa acqua da tutte le parti. La qualità della modellazione poligonale di personaggi e ambienti è molto altalenante, e capiterà di averne davanti alcuni più curati a discapito di altri. La stessa disuguaglianza di trattamento l’hanno subito anche le texture, alcune delle quali piuttosto sgranate e poco belle da vedere. E anche artisticamente il design del mondo di gioco appare generico, con qualche guizzo creativo che si limita all’attrezzatura dei soldati, ai droni e a pochi altri particolari. Dall’hub principale, ossia dal rifugio sotterraneo dal quale viene presentato il briefing delle missioni primarie, la fluidità e il dettaglio sono buoni, ma quando raggiungete le vie cittadine si nota una differenza di stabilità davvero sin troppo evidente. Probabilmente la trasformazione del gioco in un open world complesso e dalla grande densità è avvenuta troppo tardi, ossia quando l’ossatura di Homefront era già stata completata, ed è davvero difficile immaginare che una corposa patch possa rimettere a posto le grandi problematiche che affliggono il titolo. Problematiche che mettono in luce una grande instabilità del gioco, incapace di mantenere gli standard qualitativi minimi per tutto l’arco dell’avventura. Ci sono momenti in cui Homefront lascia intravedere con chiarezza cristallina ciò che avrebbe potuto essere, ma lo fa solo per poco tempo, con la fuggevolezza di un’illusione che sfuma via prima di tramutarsi in realtà. Ed è a quel punto che il giocatore è costretto a ritrarsi, ad accettare mal volentieri compromessi tecnici che influiscono negativamente sulla fruizione del titolo, che arranca vistosamente in ambienti ampi, quando cala notte o durante le sessioni dove le sparatorie infuriano e la fluidità generale è d’ostacolo. The Revolution ha delle buone idee, talune anche ben realizzate e adattate con intelligenza al contesto. È capace a tratti di illustrare una condizione umana fatta di afflizione, oppressione e resa totale. Lo fa seguendo alcune delle suggestioni già apparse in Metro 2033, con persone ai margini, ghettizzate, costrette a vivere in vecchie costruzioni o in cunicoli sotterranei.

Voto: 7.5

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